Ventuno anni fa l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituiva la Giornata Mondiale della Lotta alla Desertificazione: l’obiettivo era quello di coinvolgere l’opinione pubblica sul problema della siccità e della trasformazione di moltissime delle zone aride e secche in aree desertiche, fenomeni generati da uno sfruttamento sconsiderato e poco lungimirante del suolo. Ogni anno circa sei milioni di ettari di terreno subiscono il processo di desertificazione, comportando effetti devastanti come la degradazione e la sterilizzazione dei suoli, la scomparsa della biosfera e la trasformazione degli ambienti naturali.

Le cause di tale processo irreversibile sono, come spesso accade, da ricercare nella negligenza umana, nel tentativo maldestro di dare una risposta alla crescente domanda alimentare, che affiancano i cambiamenti climatici. Cambiamenti di cui dobbiamo assumerci la responsabilità: il riscaldamento globale è causato ed accelerato da emissioni do CO2 fuori controllo, il che contribuisce a prosciugare terreni agricoli e forestali.
Coltivazioni intensive, gestione scorretta delle risorse idriche, massiccia deforestazione per far spazio a nuovi terreni da sfruttare, e surriscaldamento globale riducono sempre di più la vegetazione in diverse aree del mondo, come ad esempio in Amazzonia oppure in Congo.
Il risultato è la distruzione di immensi territori, abitati da popolazioni che diventano protagoniste di migrazioni, guerre e carestie.

Quest’anno la Giornata Mondiale della Lotta alla Desertificazione, ospitata in terra nostrana nei padiglioni dell’Expo, è incentrata proprio sulla riflessione di quanto sia necessario porre un freno a questo processo climatico-ambientale in favore del raggiungimento della sicurezza alimentare attraverso sistemi di produzione sostenibili.
In accordo con la location che ospita l’evento, il focus è quindi sul cibo e sull’utilizzo del suolo a scopo alimentare. Le previsioni vanno verso un costante aumento della domanda alimentare, che richiederà la disponibilità di altri territori da sfruttare: la risposta, per ora, è sempre in linea con la mentalità antropocentrica e capitalistica: allevamenti intensivi, agricoltura industriale, OGM, sfruttamento sconsiderato delle risorse idriche ed energetiche, deforestazione e approvvigionamento energetico insostenibile.

È proprio questo il trend che si vuole tentare di combattere, per favorire invece l’adozione di tecniche per un’agricoltura intelligente e sostenibile, che non sfrutti i terreni oltre il loro limite.
L’ONU riassume tutto questo in cinque punti, il cui obiettivo è quello di guidare il cambiamento.

Il fulcro del cambiamento deve essere la creazione di un rapporto bilanciato fra consumi ed ecologia.
Innanzitutto è necessario mettere a punto dei processi di sfruttamento del suolo che siano bio-sostenibili, per limitare i danni ambientali e contenere per quanto possibile i cambiamenti climatici. La diffusione di tali pratiche deve essere incoraggiata attraverso la loro incentivazione sistematica.
È necessario garantire l’accesso alle tecnologie anche a quella parte di piccoli agricoltori che soddisfano i bisogni alimentari di moltissime famiglie, specialmente quelle appartenenti alle aree più svantaggiate del mondo.
Infine è bene mettere a punto strategie più efficaci contro la desertificazione di molti territori per evitare quelli che apparentemente sono danni invisibili ma che possono invece generare veri e propri conflitti e catastrofi naturali.

Sì all'orto, ma no alla desertificazione